venerdì 2 novembre 2012

Il voto regionale siciliano spiegato ad un "Bolzanese"


Baglio Santa Teresa- Castelvetrano
Quello del voto è il rito più alto e sacro della democrazia: essere una milionesima parte di un problema e proporre per il tramite di una scheda la milionesima parte della soluzione è quanto di più grande l'uomo possa fare (al di là di quanti predicano il contrario).
Le elezioni però sono anche lo specchio riflesso di una società e quanto più è complessa la società che vota, tanto più sarà difficile capire cosa un voto rappresenti, significhi, prepari.
Non solo: un voto di milioni di persone per sua stessa natura riguarda tutte le altre persone dello stato italiano. Calabresi, campani, piemontesi e trentini, finanche Bolzano. E proprio ad un bolzanese il voto siciliano va spiegato, perché lui è quanto di più lontano c'è dalla Sicilia.

I risultati del 28 ottobre mostrano un primo vincitore: l'astensionismo. Ora, se in Emilia Romagna e Lombardia il “non voto” è espressione di anti-politica, di disaffezione verso la classe dirigenziale, altamente fallimentare e fallita, di una regione, in Sicilia è legato in primis all’incapacità di Cosa Nostra nel riuscire ancora, con il suo appeal assistenzialista, a catalizzare l’elettorato verso i “propri” deputati. Di fatto la mafia in politica non è che una lobby (e neanche la più potente), pertanto anche il consenso delle persone povere e più soggette al giogo dei boss si disperde.
In seconda battuta il significato del “non voto” riguarda certamente i partiti, unici elementi nel meridione d’Italia in grado di dare un significato alla parola “civismo”: il disinteresse dei votanti è il fallimento dei segretari dei grandi partiti, interessati a ripartirsi i voti che rimangono, più che concorrere a creare elettorati nuovi, a convincere la gente, a far sviluppare il senso dell'appartenenza ideologica.
Il non voto in Sicilia è una questione di rabbia in una terra dove la gente non sente più la paura di bruciare le proprie tessere elettorali.
Ad un risultato si è comunque giunti: il vincitore delle elezioni è stato Crocetta della coalizione UDC-PD. L’ex sindaco di Gela, candidato dal partito di Casini, è sempre stato uomo di punta del Partito Democratico che per non vederselo sottratto ha preferito accodarsi (dimostrando per l’ennesima volta che in politica tutto è lecito).
Fermiamoci un attimo: il PD è l’erede, neanche troppo fiero, del PC, ovvero del partito che fu tra gli altri di Pio La Torre, mentre l’UDC è il partito che nel passato ha rappresentato la vecchia e nuova Democrazia Cristiana di Salvo Lima e Totò Cuffaro. L'erede indegno del partito “antimafia” con quello fiero di essere il più mafioso e tangentista? Vederli insieme fa storcere il naso proprio come istinto naturale. Ma d’altronde si può non pensare ad un inciucio nella terra del Gattopardo e di Mannino, di Sciascia e di Corrado Carnevale?
Lo penso anche io. D’altronde puoi essere onesto quanto vuoi, ma se ti accompagni a gente figlia della malversazione politica non puoi che essere come loro se non peggio. Non dimenticando che stiamo parliamo dello stesso PD che aiutò a mantenere il potere di Lombardo quando la crisi politica del PDL poteva portare al voto.
Ma lo stato attuale delle cose deve però, per onestà intellettuale, essere raccontato tutto: Crocetta, ex esponente comunista, come appreso per mezzo di intercettazioni, è stato condannato a morte dalla mafia.  Almeno sul soggetto è lecito sperare e immaginare che sia in grado di vigilare sull’UDC, che convinto di perdere con il centrodestra, abbia magari nel frattempo sposato in toto la causa legalitaria del PD. Sognare per fortuna non è ancora un reato.
Queste elezioni ci hanno raccontato che i dubbi sulla citata alleanza PD-UDC non sono soltanto “seghe mentali” di giornalisti mafiologi, tanto è vero che IDV e SEL hanno deciso di correre da sole con Claudio Fava presidente. Cioè non proprio: il candidato designato da tempo a guidare la Sicilia ha sbagliato la procedura per la candidatura. Il fatto si giudica da sè, come anche il grande sacrificio della Marano, segretario regionale FIOM, messasi in gioco a partita persa per provare comunque a dare un orgoglio ad una parte di Sicilia che voleva esentarsi dal votare l'UDC.
Il risultato ottenuto è la giusta punizione per chi ha portato al ridicolo quei partiti e quei candidati che sul territorio si sono comunque spesi.
Se la “sinistra centrista” vince e non ride, il PDL non può che piangere. E’ vero la destra in Sicilia esiste. E’ innegabile. Ma la gente irritata dal modo di fare nazionale del Partito di Berlusconi, ha abbandonato i giovani (ma vecchi) candidati, stanchi di rappresentare cordate di barbe bianche dai mille vitalizi, che hanno reso vuota la classe dirigente del partito. E non va certamente meglio al partito LA DESTRA, che addirittura aveva nella coalizione di centrodestra il candidato, SebastiaNello Musumeci, fieramente post fascista, che già battuto anni fa da Cuffaro ha fallito nuovamente l’appuntamento con la presidenza di Palazzo d’Orleans.
Poi c’è Miccichè. Il bersaglio preferito della satira. Quello che accostano alla vita leggera e “stupefacente”. E’ riuscito a conseguire il massimo delle sue possibilità: Grande Sud è radicato nel territorio e può essere una carta vincente per qualsiasi coalizione. Meno bene è andata ai candidati sul territorio (certuni non proprio “santi”), che adesso vedono il domani (specie i non eletti) in maniera difficile, con i conti da saldare, dopo averci rimesso montagne di soldi in campagna elettorale. Miccichè si candida ad un ruolo da protagonista nel palinsesto politico del domani, ingaggiando una lotta para-federalista che lo vede come unico alfiere, specie ora che l'MPA è dietro le quinte. Roma ed Arcore sono avvertite.
Infine c’è quello che in barba ai pronostici ha superato lo stretto a nuoto, ha riempito da solo le piazze, ha coniato slogan e sfatato i luoghi comuni: Beppe Grillo ed il suo movimento.
Ha dimostrato che la Sicilia non è una terra di minorati mentali: anche in tempo di carestia d’elettorato il voto d’opinione siciliano esiste ed è pure consistente.
Si potrebbe parlare dei suoi onorevoli “attivisti”, di Cancelleri. Si potrebbe parlare, ma non lo si fa. Li si aspetta giustamente al varco: a loro sta il compito di dimostrare che anche senza essere eroi un siciliano può essere un amministratore intransigente che si dedica al bene collettivo senza ritorni personali. Il loro fallimento rappresenterà il crollo della speranza dei siciliani onesti.
Caro Bolzanese, la Sicilia ha votato ed a modo suo è cambiata. Si è rivoluzionata rimanendo sempre se stessa. Immensa e magica. In grado di non fare sorprendere nessuno se al potere va un omosessuale in una terra considerata retrograda, mentre il modo sbarra gli occhi se un nero diventa presidente degli Stati Uniti d’America.
Roma parte da Palermo: come sempre negli ultimi 30 anni. Sta ai siciliani non fermarsi ancora.
A Crocetta un solo invito: l'UDC non è un gruppo di appestati, ma sarebbe difficile accettare anche l'alleanza con Miccichè per ottenere una maggioranza. Non osi oltre il sindaco antimafia e s’impegni soprattutto per la prima grande parola che manca non appena il traghetto si lascia alle spalle Reggio Calabria: il lavoro.

Baglio Santa Teresa- Castelvetrano















Ivano Asaro-AT