domenica 17 febbraio 2013

Ecco per chi vota Canto Libero

Ivano Asaro

E’ finito il tempo dei sondaggi: e menomale verrebbe da dire! Mai come questa volta la competizione è scollata dalla residua percentuale di persone che hanno un telefono fisso (che quindi contattati dai call center dei centri di statistica rispondono poco e spesso a caso, anzi proprio “ad minchiam”). 
Internet, bar e centri di aggregazione saranno i veri nodi di questa campagna elettorale, caratterizzata ancora dalla tv, ma non come nel 2008 dove fu la “sola” a dire chi votare. Le prossime elezioni non saranno come le altre e non possiamo far finta che sia diversamente: di sicuro se i governi del passato avessero operato meglio, non saremmo arrivati ad un bivio. Ma siamo qui: parlare della prossima legislatura come la base per un nuovo assetto sociale è poca cosa. Bisogna a mio avviso parlare propriamente di una nuova legislatura costituente, non però in riferimento ai precetti della carta costituzionale, vero unico baluardo del nostro stato (ben più di Napolitano), ma di un nuovo contratto sociale. Un nuovo patto, in cui non solo la classe politico-imprenditoriale, si dia un nuovo codice di comportamento, un nuovo metodo per affrontare la vita insieme.
E’ il momento di vergognarci del parente che non paga le tasse, di non avere fatto abbastanza sul posto di lavoro, di non aver aiutato la vecchina ad attraversare la strada. Poche cose che possono sembrare stupide, ma che sono esemplificative di quello che vogliamo dire. La furbizia, il non pagare le tasse, l'evasione, sono metodi spregevoli di ingiusto arricchimento ed anzi vanno considerati alla stregua di reati morali prima ancora che giuridici.
Ci si può lamentare dell'alto costo fiscale del nostro stato? Altroché se si deve, ma può farlo solo chi le tasse le paga. Nessun evasore può essere graziato solo perché l'imposizione fiscale è troppo alta, anzi se è troppo alta è per lo più colpa dello stesso, che però non evade mai i servizi che le tasse assicurano.
Capitolo lavoro, chimera per i giovani, peso per gli uomini di mezza età. E le donne? Sempre sospese in un limbo di ambiguità. Ora è il momento però di dirlo chiaramente: chi non fa bene il proprio lavoro, chi non da il massimo è un ladro! E questo non vale solo per i lavoratori delle piccole imprese che convivono col fiato sul collo del datore, che di fatto viene ancora chiamato padrone. Il massimo è richiedibile ai lavoratori delle grandi imprese e del settore pubblico.

Dobbiamo arrabbiarci tutti quando allo sportello ticket c'è una coda per colpa dell'operatrice, così come se le strade sono sporche perché quella mattina l'operatore ecologico era svogliato.
E ciò vale anche per gli imprenditori: chi delocalizza, chi rinuncia ad investire in uomini e mezzi per la finanza, facendola divenire l'unica sua fonte di reddito, lasciando a casa i lavoratori, non solo è obiettabile come soggetto, ma deve essere dissuaso dal farlo attraverso una tassazione che renda utile “fare” piuttosto che “fare finanza”.

L'esempio della vecchina poi è solo uno dei tanti modi per dire che in questo paese manca il senso civico, nascosto nei rivoli di una psicosi di massa nel lasciarsi andare, spaventati come siamo di essere fregati. E’ il momento di gettare sempre la cicca nei i cassonetti, di rimproverare chi non lo fa, di adirarci quando qualcuno posteggia in seconda fila e tanto meno farlo noi stessi.
Sogno un’Italia di bacchettoni? No, per carità. Vorrei soltanto italiani che si prendano le loro responsabilità, che siano fieri di essere tali, che guardino con necessaria fiducia al futuro.
Vale la pena poi citare due motivi che possono guidare la matita sul giusto simbolo. Il primo è quello di puntare sul patrimonio artistico ed ambientale di cui disponiamo, in virtù della penuria di materie prime nel nostro paese: questo bene è peraltro tutelato anche dalla nostra costituzione nello specifico, in quanto già i padri della nostra patria si erano resi conto che per noi monumenti e montagne, quadri e mari erano come il petrolio. Perciò scegliete gente che non deroga nemmeno per un minuto da questa difesa.
Il secondo parte da una statistica: ogni anno la Cina sforna 4 milioni di laureati, di cui 400.000 ingegneri (a seguire India, Brasile, Russia, e Stati Uniti); in Italia invece negli ultimi anni si sono persi più di 50.000 nuovi studenti, che sarebbero molti di più se si pensa che a differenza di altre realtà europee sono in pochi gli immigrati “italiani” a seguire l’università. Questo che significa? Che la vera sfida è quella di ricreare cultura e tecnologia. E’ necessario capire che un laureato, seppur libero professionista, è una risorsa per tutti: per il PIL che mette in movimento, per il benessere che crea e per lo stato sociale che concorre ad equilibrare.
La laurea “pubblica”, accessibile al cittadino comune, deve rimanere, integrata nei contenuti, certo, e calmierata negli sperperi. Bisogna a tutti costi puntare sulla preparazione e sulle intelligenze.

Non vi diremo chi votare, ci mancherebbe, ma la scelta che vi consigliamo di fare è tra i partiti che, meglio di altri, vi sembrano aderire a questo progetto ineludibile per l'Italia.



Ivano Asaro