lunedì 10 dicembre 2012

Mazara, diritto alla salute:corteo cittadino giovedi 13 dicembre


corteo cittadino giovedi 13 dicembre
ore 18:30 Piazza Repubblica
arrivo in Via Livorno per il sit in 

Cosa si denuncia

  • Quest'area d'emergenza non può supplire l'ospedale nella organizzazione prospettata                                               
  • Non si può rinunciare all'UTIC
  • Non ci accontentiamo di una guardia medica cardiologica

Cosa si vuole:


  • almeno sei posti letto per degenza e stabilizzazione dei casi urgenti nelle 48/72 ore
  • non i soli posti OBI (osservazione breve intensiva)
  • mantenimento della centralità dell'ospedale di Mazara nell'assembramento provinciale, fuori dalle logiche spartitorie sulla testa dei cittadini




come in premier...

Sergio Basilio
Ogni tanto di partite così ne spunta qualcuna; partite belle da vivere, da vedere, da commentare durante e post gara, sono quelle partite dove saltano gli schemi e si dà in campo tutto quello che hai, una di quelle dove perdi la voce (che tu sia tifoso o telecronista), dove non hai tempo di apprezzare e commentare una grande azione che subito si ribalta il gioco e se ne presenta un'altra ancora più clamorosa, perchè è bello così e ieri sera vedendo scritto sul tabellone Roma-Fiorentina non era difficile prevedere una di "quelle partite".
La Fiorentina probabilmente gioca il miglior calcio d'Italia a livello qualitativo, parliamo di spettacolo ma anche concretezza, di un centrocampo di palleggiatori, di calcio veloce e gol su calci piazzati, l'aereoplanino versione coach si è rivelato un bravissimo tecnico, cosa non solita tra gli ex attaccanti e dopo aver gettato le basi già a Catania l'anno scorso ora, con una squadra di grande spessore tecnico, ha costruito una bella realtà che può aprire un ciclo. Dall'altra parte l'eterna incompiuta di Zeman che nelle ultime settimane sembra aver trovato la quadratura del cerchio o quantomeno un periodo fortunato (punti di vista tra Zemaniani e non): i viola devono fare a meno di Pizarro e Jovetic ed è un peccato perchè poteva essere ancora più bella la partita, Zeman lascia in panca De Rossi (che prende l'esclusione da signore) alimentando ancora veleni e Osvaldo preferendo Destro, in momento si, e Pjanic.
E allora che succede ? succede che la partita inizia (e finisce) a mille, ritmi da premier league, succede che la Roma segna e la fiore pareggia nel giro di pochi min (e guarda caso su calcio piazzato), poi sale in cattedra il professore, il padrone di casa, colui che ha le chiavi dell'olimpico e di Roma tutta: Francesco Totti, che prima chiude una bella azione giallorossa e poi abbatte la porta con prepotenza a dire "sono a quattro reti dal record di Nordahl" e poi le parate bellissime dei due portieri e poi le traverse e i tanti, troppi errori di Destro,per arrivare fino al gol del 4 a 2 di Osvaldo appena entrato e in grande forma.Insomma il maestro ha battuto l'allievo ma la cronaca della partita è la parte minore, il tutto sta nello spettacolo dato, nella cornice di pubblico, nella piccola luce che si è accesa da cui poter ripartire per far tornare il nostro calcio al livelllo che gli si addice; siamo ancora lontani ma partite così oltre che divertire danno speranza.


Sergio Basilio

Foto del giorno

lunedì 3 dicembre 2012

Calcio Italiano: "dalle stelle alle stalle"

Davide Mauro

Il calcio Italiano è in crisi”; “ Il calcio Italiano ha perso appeal”; “In Italia i migliori calciatori non vogliono più venire”, “Il calcio Italiano non attira investitori esteri”. Queste sono solo alcune delle frasi che ormai si leggono nei quotidiani sportivi nazionali e che ci ripetono spesso i dirigenti Italiani. Ma il calcio Italiano è realmente i crisi? Proviamo ad analizzare la situazione. Analizzando i dati delle coppe europee a partire dagli anni 90 scopriamo che mentre fino al 2000 le squadre Italiane sono arrivate in finale di Champions League in ben 9 occasioni, a partire del nuovo millennio solo 5 volte compagini Italiane si sono presentate alla finale. Il dato dell’Europa League, ex Coppa Uefa, è ancora più catastrofico, negli anni 90 per ben 13 volte squadre Italiane sono arrivate fino alla finalissima, mentre negli ultimi 12 anni non c’è riuscita nessuna squadra. Questa crisi di risultati sembra continuare e sta facendo precipitare la popolarità di un campionato che fino a 10 anni fa era al top. Ma perché le società Italiane non riescono più ad essere competitive come un tempo? Una delle prime osservazione da fare è che con l’imminente entrata in vigore del Fair Play finanziario (ci riuscirà mai Platini? e poi dopo che una Francese, il PSG, può spendere quanto vuole avrà tutta questa voglia di Fair Play Finanziario?) le grandi squadre, specialmente le 2 di Milano, quelle che storicamente hanno sempre speso di più, hanno cominciato a ridimensionare i budget degli ingaggi e a smettere di fare spese faraoniche. Le squadre medie invece non riescono ad arrivare più in alto di tanto, anche a causa di una divisione dei diritti tv non molto equilibrata che tende a premiare le 3 grandi squadre del nord e in parte minore Napoli e Roma. Le società Italiane ormai si sostengono quasi esclusivamente tramite diritti tv. Circa il 63% del fatturato delle società proviene dalle televisioni, quando nel resto d’Europa i diritti tv arrivano la massimo al 50%. La crisi calcistica Italiana si è accentuata da quando hanno cominciato ad investire nei campionati esteri alcuni imprenditori stranieri. Perché questi investitori non vengono in Italia? Le cause sono molteplici, intanto in Italia c’è un livello di pressione fiscale elevato e già questo allontana possibili investitori. La presenza di una pesante burocrazia non attrae gli investitori che se devono investire anche in attività extra-calcistiche rischiano di dover attendere anni per avere le varie autorizzazioni. Altro motivo è l’immagine che si è fatta il calcio all’estero con scandali ,come calciopoli nel 2006 e il calcio-scommese più recentemente che non hanno sicuramente fatto bene all’immagine del movimento. Ma c’è anche il problema “Ultras”; che sembrano comandare e vanno allo stadio pronti per andare in guerra e nessuno sembra avere la soluzione per debellarli dagli stadi. Oltre questo, questa grande recessione è dovuta alla mancanza delle strutture, in Italia c’è un problema “STADI”, questi sono ormai vecchi e fatiscenti; molti stadi ristrutturati o fatti di sana pianta negli anni 80, in occasione dei mondiali di Italia90, sono stati fatti male e con una concezione vecchia. Il tifoso non è più attratto ad andare allo stadio a vedere la partita perché tra tessere del tifoso, restrizioni, prelazioni, stadi non coperti, partite serali nelle regioni del Nord in pieno Inverno, vie d’accesso agli stadi congestionate, stadi che sembrano far-west dove la legge non conta, moltissimi preferiscono guardare la partita a casa. Per avere un dato visivo di questa crisi di spettatori basta mettere durante i giorni di coppe europee il canale diretta calcio, quello che fa vedere le azioni salienti di tutte le partite, e si nota subito che mentre nel resto d’Europa gli stadi sono sempre pieni in Italia si assiste spesso a tribune semivuote e stadi silenziosissimi. Parlando di numeri in Italia in media gli stadi si riempiono al 51% quindi per ogni partita metà stadio è vuoto causando anche un minor introito per le società che appunto si ripercuote sulla competitività. Il problema degli stadi è grave. L’anno scorso hanno visto le partite dal vivo solo una media di 22.493 spettatori, contro i 45.726 della Bundesliga che riempie gli stadi con una percentuale del 91%; in Spagna la media è di 31.000 persone a partita con impianti pieni al 72% mentre in Inghilterra 34.000 persone di media con un incredibile 93% di riempimento. Questi dati fanno capire che il problema degli stadi Italiani non dipende solo dalle televisione, perché nel resto d’Europa le televisioni ci sono anche e la gente va lo stesso allo stadio. Il problema sta in strutture che non sono accoglienti. La dimostrazione di ciò l’ha data la Juvenstus che grazie allo Juventus Stadium è riuscita a fare 34.000 spettatori di media contro i 22.000 della stagione precedente e di aumentare di 10.000 unità la media di tifosi rispetto al vecchio Delle Alpi della Juventus vincente. In tutto questo lo stato Italiano dovrebbe aiutare le società a poter costruire gli stadi, ma non tramite soldi, ma con decreti che alleggeriscano la burocrazia. A livello politico i nostri amministratori dovrebbero anche riuscire a distruggere il fenomeno ultras, tramite azioni che ne riducono il potere, bisogna usare il pugno duro e eliminare tutti i malintenzionati dalle curve e punirli seriamente. L’introduzione della tessera del tifoso non è servito a niente, anzi ha complicato ancora di più la vita a chi allo stadio vuole andare per divertirsi. Ma gli stadi non sono l’unico problema, altro problema che però sembra si stia risolvendo è quello di non investire nei vivai, le società Italiane nell’ultimo decennio hanno avuto un esterofilia eccessiva che le ha portato a comprare spesso giovani giocatori sudamericani nella speranza di trovare il fenomeno, lasciando crescere in serie B e C i giocatori provenienti dai propri vivai. Ultimamente questa tendenza sembra stia diminuendo con le squadre Italiane che tendono a far giocare i propri giovani, anche se ancora molto poco rispetto il resto d’Europa. Quello dei vivai è anche un problema di mentalità perché mentre da altre parti le società non si fanno troppi problemi a lanciare giovani calciatori, qui in Italia si punta sempre all’usato sicuro. Altro problema è la mentalità che viene data ai ragazzini che si apprestano a giocare a calcio, a differenza di ciò che avviene in Spagna e Germania, dove ai giovani ragazzi vengono insegnati i fondamentali del gioco, la tecnica, privilegiando la costruzione di gioco e il gioco di squadra; ai bambini italiani vengono insegnate le furbate per vincere e viene insegnato un calcio antico individualistico, inoltre già nei pulcini viene privilegiato il risultato piuttosto che il gioco che permetterebbe di avere ragazzi più forti tecnicamente in futuro, in poche parole: viene preferito il risultato piuttosto che formare i futuri calciatori. Come dicevo, ultimamente, alcune società sembrano cominciare a credere un po’ di più nei propri giovani, ragazzi come El Sharawi, Insigne, Immobile, Florenzi, De sciglio e tanti altri, vengono fatti giocare in Serie A piuttosto che mandati a fare esperienza in B fino a 25-26 anni, ancora è poco ma già qualcosa si comincia a vedere. Il malato è grave ma le soluzioni ci sono, come prima cosa andrebbe rinnovata completamente tutta la classe dirigente della FIGC che ha portato alla deriva un prodotto che funzionava alla grande. Bisogna ringiovanir la classe dirigente, bisogna portare idee fresche e bisogna avere il coraggio di cambiare. Basta vedere quello che ha fatto la Germania che è ripartita dal fallimento degli Europei del 2000 e del 2004 e ha creato un modello di successo che cresce di anno in anno e sta facendo diventare la Bundesliga uno dei campionati più avvincenti d’Europa. Alcuni spunti si possono prendere proprio da lì. Bisogna creare centri di formazione di giocatori all’altezza, investire nel settore tecnico e nella formazione di allenatori, bisogna creare centri tecnici federali e obbligare le squadre a far giocare i giocatori che provengono dal vivaio. Un calcio più fresco e giovane, con l’esplosione di talenti, avvantaggerebbe anche l’affluenza allo stadio. Stadi che come detto vanno rifatti e vanno fatti a misura di uomo e di società è inutile creare grosse strutture che poi non si riempiono, meglio uno stadio da 30.000 posti sempre pieno che uno da 50.000 per metà vuoto. Bisogna avere il coraggio di cambiare e prendere spunto da chi lo ha fatto ed ha avuto successo, l’importante è cambiare e rischiare, perché di questo passo il calcio Italiano rischia di essere superato anche da quello Portoghese e quello Francese (che dopo il 2016 grazie ai nuovi stadi per l’Europeo secondo me diventerà molto più competitivo).

Davide Mauro

Calciopoli? Punti di vista.

Gaspare Polizzi

Era una calda estate del 2006 ed il mondo del calcio si avvicinava con entusiasmo
alla manifestazione sportiva più attesa dell'anno: i mondiali di Germania 2006. Niente faceva presagire allo scandalo più grande che il calcio italiano avesse mai affrontato: CALCIOPOLI.Nel giro di pochi giorni vennero tirate in ballo alcune tra le squadre Italiane più blasonate oltre ad un gran numero di altri club di minor tradizione ed altre ancora delle serie cadette. Le accuse?  illeciti sportivi, come la combina di diverse partite, con la collobarazione di calciatori e della stessa classe arbitrale. Le ripercursioni furoni forti e portarono già nell'immediato alle dimissioni di dirigenti illustri, come Luciano Moggi e dell'allora presidente della federcalcio Adriano Galliani. Le conseguenze  più forti si ebbero alla conclusione delle indagini cordinate dal lavoro,molto discutibile, del procuratore Palazzi. In un lasso di tempo molto limitato fu attenzionato una mole di materiale enorme, che portò, a giudizio di molti a conclusioni approssimative e discutibili,come se si fosse alla ricerca, e nel minor tempo possibile di un capio espiatorio, sul quale addossare la maggiorparte delle colpe.
Giampiero Mughini
E in effetti un capio espiatorio fu trovato: La JUVENTUS.Società non priva di colpe, ma eccessivamente penalizzata. I fatti sono ormai abbastanza noti, cosi come le modalità dei vari processi svoltisi in seguito. Curioso è invece provarla a vedere dal punto di vista dei tifosi più svantaggiati e da quelli che trassero maggior benefici da calciopoli, rispettivamente il tifoso
Juventino e interista
-Il tifoso bianconero: Reclama parità di giudizio, vede la propria squadra retrocessa nella serie cadetta e assiste alla privazione di due scudetti vinti sul campo.Inevitabile l'astio crescente,
con chi da tutto chiesto trae giovamento.
- Il tifoso nerazzurro: Festeggia uno scudetto assegnato a 
 tavolino(il primo dopo decenni), usufruisce dell'assenza della rivale di sempre e apre un ciclo di successi. Forse però anche loro si saranno chiesti:
"AVREMMO VINTO DAVVERO TUTTI QUEI TITOLI SENZA CALCIOPOLI?"
                                                                    
                                                                        Gaspare Polizzi   

giovedì 29 novembre 2012

Panelle fritte: un classico per la tradizione siciliana


Valentina Ferrantello
Cosa sono le panelle? Non sono altro che delle frittelle di ceci che rappresentano una delle tante specialità gastronomiche  della cucina palermitana. Piatto che rappresenta il precursore degli attuali fast-food, trattandosi di un piatto "da strada", una di quelle che le tante friggitorie isolane, ed in particolare di Palermo, preparano con cura e servendole su un panino rimacinato.
Qui sotto troverete la ricetta. Prestate attenzione a non far attaccare il composto.
Buon appetito J








INGREDIENTI: 
500 grammi di farina di ceci
1,5 litri circa di acqua
Sale e pepe q.b
Un ciuffo di prezzemolo tritato
Olio di semi per friggere
Cottura panetto  20 minuti
SVOLGIMENTO:
- PRIMA FASE :  Far sciogliere, a freddo, la farina di ceci nell’acqua, con il sale e il pepe, facendo molta attenzione che non si formino grumi. Cuocere a fiamma bassa mescolando continuamente con un cucchiaio di legno (bisogna fare attenzione a non farla attaccare al fondo della pentola), fin quando otterremo una crema piuttosto morbida ma ben compatta. Prima di fine cottura, continuando a mescolare, aggiungere il prezzemolo tritato.
- SECONDA FASE:  Spalmare l’impasto ottenuto su delle apposite formine di legno. Io per esempio stendo l’impasto su una teglia rettangolare con uno spessore di circa 5/6 mm. Far raffreddare l’impasto e successivamente tagliate in sottili rettangoli.
- FASE FINALE :Una volta tagliate, friggerle in abbondante olio bollente. In pochi minuti saranno imbiondite e le metteremo su carta assorbente da cucina. Vanno mangiate calde.


Risultato finale..



















Valentina Ferrantello

Il ritorno di Silvio a Milanello e la rinascita del Milan!


Il patron rossonero decide di prendere in mano la situazione. Sarà la svolta per la stagione rossonera?
Mirko Scimemi

Poche settimane fa si vociferava del Milan in vendita, di un Silvio Berlusconi pronto a cedere la sua creatura, la sua squadra,  che ha vinto tutto quel che c’era da vincere. Si parlava di un amore finito, tramontato nella stanchezza del presidente di sperperare denaro per una squadra che ormai aveva perso la leadership nel mondo da qualche anno. Eppure, reclamato a gran voce, ecco che prima dell’insidiosa trasferta di Napoli, Berlusconi si presenta a Milanello per spronare i suoi giocatori e farli uscire dal tunnel infernale in cui sono incappati durante questa sciagurata stagione. Ed ecco la svolta, con un amore che si accende all’improvviso: due figure che si riavvicinano dopo anni di lontananza non possono che creare qualcosa di speciale, tanto che i rossoneri si prendono un punto importante al San Paolo, passano agli ottavi battendo a Bruxelles la giovane squadra dell’Anderlecht e per concludere in bellezza, con una prestazione da gran squadra, il Milan sconfigge la Juventus, capolista, contro ogni pronostico. Adesso dobbiamo attenderci grandi cose, cari lettori. Se davvero il numero uno rossonero è tornato ad occuparsi del Milan, il calcio italiano può seriamente sperare di tornare a dominare, con un progetto per aprire un ciclo duraturo come quello degli intramontabili Nesta, Pirlo, Seedorf e chi più ne ha, più ne metta. Ma la persona più scettica potrebbe chiedere: Berlusconi vuole ricandidarsi e rilanciare la sua immagine partendo proprio dal Milan, oppure le sue sono solo belle parole, come quelle che ci raccontava un annetto fa? Una domanda che sorge spontanea, visti gli ingenti capitali necessari a rifondare una squadra, che al momento nessun team italiano possiede. Ma se davvero il calcio italiano vuol sentire l’inno di Mameli al termine di una finale di Champions League e vedere una nuova squadra italiana padrona del campo e del calcio mondiale, allora bisogna dare fiducia al Presidente e aspettare con longanimità e pazienza.

Mirko Scimemi

Foto del giorno

Introduzione…

Enrica Pugliese

Mi chiama un amico, qualche giorno fa, e mi chiede se ho voglia di scrivere una rubrica sull’arte per un blog. Perché no? Non so perché abbia scelto me, ma la cosa mi lusinga e mi rende entusiasta.
Con che cosa cominciare, se non con il concetto principe dell’arte?
L'arte, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana che porta a forme creative di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall'esperienza.
Ma, seguendo una citazione di Samuel Taylor Coleridge, l’arte, intendendo il termine per indicare collettivamente pittura, scultura, architettura e musica, è la mediatrice e riconciliatrice di natura e uomo. È dunque il potere di umanizzare la natura, di infondere i pensieri e le passioni dell’uomo in tutto ciò che è l’oggetto della sua contemplazione.
A detta delle persone, arte è anche tutto ciò che trasmette emozioni, che fa venire i brividi ed evoca sensazioni piacevoli alla nostra mente. Personalmente non mi trovo d’accordo, dato che tutte queste sensazioni possono essere evocate anche da un tuono… ma vabè, non si può contrastare sempre l’opinione pubblica.
Arte è musica, pittura, fotografia, danza, teatro, cinema, design, cucina, poesia, opera lirica e via discorrendo nei vari settori.
Mi viene in mente una canzone di Sergio Cammariere, Vita d’Artista, che parla di come sia difficile mantenersi quando sei sempre in attesa che qualcun altro compri il tuo dipinto o venga ai tuoi concerti nei lounge pub.
Pochi sanno, in realtà, cosa vuol dire fare l’artista, studiare in conservatorio per dieci anni per i musicisti o nelle scuole/università d’arte con la speranza di trovare un lavoro dopo un quarto di secolo di sacrifici immani.
Ma ritorniamo al discorso di arte. Adorno diceva che il compito attuale dell’arte è di introdurre il caos nell’ordine. Jean Arp che l’arte è un frutto che cresce nell’uomo, come un frutto su una pianta, o un bambino nel ventre di sua madre.
Quello che sento più vicino a me, però, è il pensiero di Henri Miller: “L’arte non insegna nulla, tranne il senso della vita.”
E’ vero così. In fondo.. cos’è che insegna l’arte, se non il senso della vita e il modo in cui coglierla?

Enrica Pugliese